Torino, Stadio Comunale: 13/14-06-1989

 

VIDEO

liberi liberi

L'Unita 15-06-1989

 

 

Poster

 

Concert note / Curiosita concerto

Source/fonte: "Vasco Rossi...e poi, voi" - Francesco Corbetta

 

 

Corriere della Sera 15-06-1989


 

La Stampa 15-06-1989

 

La Stampa 16-06-1989

 

Repubblica — 16 giugno 1989 pagina 31 sezione: MUSICA

IN VENTIMILA A DIRE 'NO' INSIEME A VASCO ROSSI

TORINO Un tempo per entrare nel mito bisognava sfidare mostri di fuoco, abbattere montagne, viaggiare in luoghi ignoti. Oggi basta riempire uno stadio con un' avventura fatta di canzoni. Comunque sia i ventimila che hanno festeggiato il debutto del tour di Vasco Rossi allo Stadio Comunale di Torino non hanno certo dubbi sull' essenza mitica del personaggio: un' ovazione continua, striscioni infuocati, urla e cori per tutto il tempo. Per loro Vasco si ama, e non lo si discute. E se proprio vogliamo cercare qualche radice antica nel moderno mito rappresentato dal cantautore di Zocca, dobbiamo pensare a quel tipo di eroe antico che riusciva ad addentrarsi nelle zone infernali e a uscirne vivo, raccontando poi ai mortali quello che gli era capitato. Perchè Vasco a suo modo, ed in termini squisitamente metropolitani, all' inferno c' è andato. Ne è uscito incolume e oggi racconta al suo giovanissimo pubblico che la libertà è un' altra cosa, che non si trova laggiù. Il Vasco Rossi che oggi si presenta al pubblico è rinnovato, ripulito, fresco e atletico come un jogging fatto nelle prime ore del mattino. Il pubblico lo ha capito e infatti è cambiato. Nella curva intasata di gente, nelle prime caldissime file davanti al palco, non c' era il festival dell' emarginazione, non c' erano i segni devastati dei desperados della condizione giovanile. Al loro posto tante facce pulite, ragazzine giovanissime, sguardi candidi e ammaliati. Le tracce del passato rimangono in alcuni, in uno striscione che recita: Siamo sempre noi ricordando il più esplicito dei suoi inni del rifiuto, quello che diceva siamo solo noi, che andiamo a letto la mattina presto e ci svegliamo con il mal di testa, siamo solo noi, che moriamo presto, però è lo stesso, una delle sue canzoni più famose, e che ha cantato nella lunga coda di bis che ha concesso alla platea impazzita. E le tracce rimangono anche nel tono generale con cui ancora oggi Vasco Rossi governa il suo spettacolo. Sui dischi il messaggio è cambiato, ma dal vivo sembra che gli torni fuori quella sana bestialità, quella maledetta anima da rocker che non vuole arrendersi, e che gli ha ispirato intuizioni grandiose e irripetibili come Vita spericolata. Quando compare sul palco da una pedana, che lo porta alla luce come se venisse da qualche cavità sotterranea, esordisce con un ghigno satanico, beffardo, come fosse un diavoletto pronto a scatenare furie innominabili. E subito dopo la band parte ad un volume assordante, pestando nel più classico linguaggio rock: Muoviti, La combriccola del Blasco, C' è chi dice no. Il pubblico salta e canta all' unisono. Ad ascoltare una dopo l' altra vecchie e nuove canzoni ci si rende conto che in fondo una continuità c' è, segno che l' antico germe della disobbedienza civile instillato a suo tempo dalle prime debordanti canzoni di Vasco, ha comunque dato i suoi frutti. Oggi è più moderato, più astratto, e soprattutto non si riferisce più al racconto dettagliato, ironico e spudorato della vita che si vive alla periferia delle morali istituzionali. E' la vita di Vasco Rossi, del resto, che è cambiata, e i nostri cantautori sanno bene quanto il successo possa rischiare di portarli lontano dalla realtà che hanno in tutti i modi cercato di cantare. Ma rimane comunque un senso generale di ribellione, di insofferenza, che appunto stabilisce un ponte diretto con le canzoni di qualche anno fa. E da questo punto di vista vorrà pure dire qualcosa che queste masse di giovani, nuovi e puliti, si riuniscano in uno stadio per urlare insieme al loro idolo C' è chi dice no, piccola ma significativa protesta che fa ben sperare sullo stato delle coscienze di questi scatenati fans. Se poi il cantore di tutto questo oggi appare più incerto, meno tassativo, meno radicato di un tempo nella realtà che descrive, poco male. E' sempre un punto di riferimento. E oltretutto le possibili ombre vengono spazzate via da questa violenta carica di energia, da questa rabbia feroce che si scatena nel concerto e che offre luce nuova anche ai pezzi più recenti che, comunque li si guardi, non possono essere ritenuti all' altezza di Vita spericolata, Albachiara, Siamo solo noi e Colpa d' Alfredo. Dal vivo il Blasco rimane il più classico esempio di rocchettaro nostrano, puro e non compromesso, autentico e a tratti irresistibile, un vero urlatore di bisogni primari, di forze primordiali e travolgenti, di quelle che sono alla base del fare musica rock a livello di stadi. Quando è sul palco Vasco è veramente un eroe, semplice, immediato, ma con tanto di aureola da difensore romantico di cause perdute. Sembra quasi voler sfidare l' inerzia, il letargo, il conformismo dei nuovi tempi. Brandisce il microfono come una spada, ma non rinuncia mai a sembrare uno come tanti, che dice cose che tutti possono capire e condividere. E nel concerto tutto funziona, anche il gruppo nuovo che ha scovato dopo che la Steve Rogers Band ha intrapreso una strada per conto suo. La differenza non si sente granchè, e in omaggio a questa nuova maturità del personaggio, Vasco Rossi ha deciso di fare da padre al sempre precario rock italiano. I cancelli del Comunale in realtà si erano aperti nelle prime ore del pomeriggio, e fin dalle 18 il palco aveva cominciato a risuonare di poderose schitarrate: gli Sharks, gli indomiti Skiantos di Freakantoni che stanno tentando con un certo giustificato orgoglio di tornare in prima linea nelle vicende musicali italiane, e poi i Ladri di Biciclette, divertenti e caciaroni, molto apprezzati dal pubblico perchè hanno infilato una serie di cover molto famose, da Kid Creole ai Blues Brothers, allietando la calura insostenibile. Un preludio molto carino che ha riscaldato l' atmosfera per la sera, quando finalmente il palco si è acceso per l' arrivo del protagonista. - Gino Castaldo di GINO CASTALDO

 

La Stampa 14-06-1989